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sabato 1 dicembre 2012

Democrazia interna


Pietro Ricca



La democrazia interna ai partiti.
Ora le grandi firme nazionali, gli editorialisti, i tenutari dei talk show sono diventati tutti crociati della democrazia interna. La pretendono, la invocano, la reputano il valore imprescindibile. Se non ricevi da loro la patente di democrazia interna, sei fascista, sessista, un dittatore, un pericolo sociale.
Peccato che negli ultimi decenni non ci sia stato un solo partito con livelli accettabili di democrazia interna, né la Lega, né Forza Italia-Pdl, né Idv, che erano e sono partiti monocratici, né il Pd o l’Udc, che hanno espresso un modello oligarchico, tant’è vero che abbiamo sopportato le medesime facce per vent’anni.

Si è indignato il giornalismo italiano? Hanno chiesto conto ai leader politici di questo dettaglio le grandi firme? Hanno scandagliato le procedure decisionali interne, i criteri di selezione dei dirigenti e dei parlamentari, le nomine nelle aziende del parastato, gli editorialisti? Su tutto questo hanno sollevato gli scudi in modo impavido i tenutari dei talk show? In grandissima parte no: sono stati al gioco, non hanno visto il problema, hanno dibattuto sereni con gli oligarchi, rassegnati, sudditi, complici. E sazi.

Ora d’improvviso si sono svegliati: la pretendono tutta e in un solo colpo da un movimento che in parlamento non c’è ancora, che è nato ieri da un blog e da un comico, che non prende soldi pubblici, non ha struttura, apparati, promiscuità con sindacati, editori e confindustriali.

Cos’è accaduto? Fino a quando era allo zero virgola, l’hanno ignorato. Poi l’hanno attaccato con le accuse di demagogia, qualunquismo, antipolitica, populismo. E non ha funzionato. Ora viene buono lo stigma della dittatura. Per l’unica forza politica che fino a prova contraria rende contendibili le cariche pubbliche, sia locali sia parlamentari.
Può dirsi in buona fede e meritare rispetto questo improvviso risveglio? Ovvio che no. Il riflesso condizionato di molti è bastonare con ogni mezzo una bestia insolita, esterna e ostile al recinto dei partiti, che certamente può non piacere per validi motivi, ma che offre la possibilità a molti di esprimere un’opzione alternativa tanto al sistema dei partiti quanto all’astensionismo.

E’ chiaro poi - per onestà intellettuale va detto, e personalmente lo dico da prima ancora che i tenutari dei talk show iniziassero a interessarsi al fenomeno - che in quel movimento il modello decisionale è verticale: come in ogni organizzazione i fondatori fissano le regole e impostano le strategie generali.

In questa fase, di crescita tumultuosa, con le elezioni politiche alle porte, l’alternativa sul piano organizzativo sarebbe il caos, una confusione ancora più forte di quella che già c’è.
Ma è altrettanto chiaro che dopo le elezioni politiche, con la creazione dei gruppi parlamentari, se rappresentanza parlamentare ci sarà, il modello decisionale deve cambiare, comprendere procedure più ampie e condivise.

E non sarà facile - ecco il punto - se da una parte ci si rifiuta di dotarsi di una struttura con rappresentanti interni, assemblee nazionali, ecc. ecc., in sostanza una classe dirigente, per non rischiare di trasformarsi in un clone degli odiati partiti, e dall’altra si punta tutto sul filo diretto fra eletti e base, che suona bene come concetto, in alcuni casi può anche funzionare per rigenerare le procedure istituzionali, ma è tutto da verificare, sul piano culturale, tecnologico e politico, se possa sostituirsi al metodo della rappresentanza.


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